Ulivi monumentali, simbolo di eternità

Ulivi monumentali, simbolo di eternità

Per la loro incredibile longevità, molti alberi di olivo sono sopravvissuti ai secoli ed in alcuni casi addirittura ai millenni, in ottima salute e ancora produttivi, e sono caratterizzati da proporzioni colossali e forme tormentate, che sono valse loro la definizione di “ulivi monumentali”.
Per stabilire l’età di un olivo si considerano, ovviamente, le dimensioni del tronco, con tutte le difficoltà del caso poiché, come sappiamo, gli ulivi, e in particolare gli esemplari più antichi, hanno spesso tronchi frastagliati e frammentati. Questo perché sono in grado di rigenerarsi, cicatrizzare le proprie ferite, accelerare e rallentare la crescita, persino di dividersi all’altezza del suolo dando vita a due o più piante.
Di fatto, più che una misura espressa in centimetri, sono proprio la complessità del portamento, la plasticità della corteccia, l’irregolarità delle forme a rendere affascinanti queste piante e ad evocare il senso di eternità, difficilmente esprimibile a parole, che generalmente si prova al loro cospetto.
Il tempo e i fenomeni atmosferici li hanno scolpiti come vere e proprie opere d’arte, ragione per cui, in passato, molti ulivi sono stati acquistati o trafugati per essere trapiantati in giardini privati e parchi. Da qui la necessità di tutelarli istituendo l’apposito registro e facendo divieto di espiantarli, pena pesanti sanzioni.
La tutela degli alberi plurisecolari è doverosa proprio perché il loro valore non può essere scisso dal territorio in cui si trovano: in tutta Italia (come nel resto del bacino del Mediterraneo e oltre) esistono piante che, oltre ad essere esemplari intrinsecamente pregiati, sono legate ad eventi storici, alla cultura locale o fanno parte di un paesaggio che contribuiscono a rendere peculiare.
Aggirarsi per un oliveto equivale a fare un salto nel passato, a quando fu impiantato, alle pratiche agricole dell’epoca, riflesse nel sesto d’impianto, caotico e casuale oppure ampio e ordinato, come si usava ai tempi degli antichi Romani, alla presenza o meno di filari di alberi da frutta per il ristoro dei lavoranti, alla permanenza di manufatti architettonici o tecnologici, capanni, recinzioni, cisterne per la raccolta dell’acqua… Si può osservare l’individualità dei singoli alberi, come ognuno abbia reagito diversamente agli interventi della natura e della mano dell’uomo, piegando, avvolgendo, talvolta spezzando le proprie appendici, accrescendosi con vigore in direzioni imprevedibili.
Capita spesso di imbattersi in appezzamenti dove piante secolari convivono con esemplari più giovani, colossi rugosi e contorti di fianco ad alberi dalla geometria regolare e moderna. L’età non compromette in nessun modo la produzione dell’olivo, per cui piante vecchie e nuove possono coesistere. La situazione cambia in merito alle pratiche agricole, perché prendersi cura di un albero monumentale è complicato e dispendioso: la potatura di una chioma ampia svariati metri richiede l’intervento di mezzi per il lavoro in quota, i tronchi e rami sono refrattari ai mezzi di raccolta meccanici, la raccolta manuale è ostacolata dall’altezza della pianta stessa, ecc. La produzione di olio extravergine da piante secolari è considerata antieconomica e, fermo restando il divieto di sostituirle con varietà più “maneggevoli”, è diventata persino rara laddove gli alberi sono più antichi e più grandi. L’usanza, diffusa in alcune zone del sud Italia, di attendere la cascola naturale dei frutti è adatta alla produzione di un olio il cui valore economico è troppo scarso per coprire i costi delle lavorazioni, col risultato che l’uliveto non riceve cure sufficienti a sostenere la produzione. Si scatena così un circolo vizioso di improduttività e, nei casi più gravi, di semiabbandono.
Fortunatamente, la magnificenza dei paesaggi olivetati è sempre più apprezzata anche dai non addetti ai lavori e si sta diffondendo la sensibilità nei confronti del loro valore storico e culturale, nonché del loro contributo alla biodiversità. In un mondo dove tutto è standardizzato, compresi i sapori, è importante capire che i prodotti agroalimentari da varietà autoctone, antiche e legate al territorio non possono essere sostituiti dai loro equivalenti massificati. Quello che viene percepito come un eccesso di costo è in realtà un valore aggiunto.
Sono valori aggiunti le cure prestate a dei veri e propri monumenti naturali, la marginalità rispetto alle regole di mercato, la tutela dell’identità del paesaggio e, ultima ma non per importanza, la salvaguardia di un prodotto unico e tipico.
Tradizione e innovazione possono coesistere, così come il senso di responsabilità ed il giusto profitto. Forse proprio questo è l’insegnamento dei maestosi ulivi: adattarsi ai tempi, lasciarsi modellare dai cambiamenti, sopravvivere ad ogni costo alle avversità.

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